La Corte di
Giustizia si pronuncia sulla (rilevanza della) KAFALA (algerina), in rapporto
alla (nozione di familiare accolta nella) Direttiva 2004/38/CE
Corte di Giustizia UE 26 marzo 2019, n. C-129/18, SM (Enfant placé sous kafala algérienne)
Rinvio pregiudiziale – Cittadinanza dell’Unione europea –
Diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di
soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri – Direttiva
2004/38/CE – Familiari del cittadino dell’Unione – Articolo 2, punto
2, lettera c) – Nozione di “discendente diretto” – Minore sotto
tutela legale permanente in virtù del regime della kafala (accoglienza legale)
algerina – Articolo 3, paragrafo 2, lettera a) – Altri
familiari – Articolo 7 e articolo 24, paragrafo 2, della Carta dei diritti
fondamentali dell’Unione europea – Vita familiare – Interesse
superiore del minore
La nozione di «discendente diretto» di un cittadino dell’Unione
contenuta all’articolo 2, punto 2, lettera c), della direttiva 2004/38/CE del
Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativa al diritto dei
cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare
liberamente nel territorio degli Stati membri, che modifica il regolamento
(CEE) n. 1612/68 ed abroga le direttive 64/221/CEE, 68/360/CEE,
72/194/CEE, 73/148/CEE, 75/34/CEE, 75/35/CEE, 90/364/CEE, 90/365/CEE e
93/96/CEE, deve essere interpretata nel senso che essa non ricomprende un
minore posto sotto la tutela legale permanente di un cittadino dell’Unione a
titolo della kafala algerina, in quanto tale sottoposizione non crea alcun
legame di filiazione tra di loro.
È tuttavia compito delle autorità nazionali competenti agevolare
l’ingresso e il soggiorno di un minore siffatto in quanto altro familiare di un
cittadino dell’Unione, conformemente all’articolo 3, paragrafo 2, lettera a),
di tale direttiva, letto alla luce dell’articolo 7 e dell’articolo 24,
paragrafo 2, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea,
procedendo ad una valutazione equilibrata e ragionevole di tutte le circostanze
attuali e pertinenti del caso di specie, che tenga conto dei diversi interessi
presenti e, in particolare, dell’interesse superiore del minore in questione.
Nell’ipotesi in cui, in esito a tale valutazione, fosse stabilito che il minore
e il suo tutore, cittadino dell’Unione, sono destinati a condurre una vita
familiare effettiva e che tale minore dipende dal suo tutore, i requisiti
connessi al diritto fondamentale al rispetto della vita familiare, considerati
congiuntamente all’obbligo di tener conto dell’interesse superiore del minore,
esigono, in linea di principio, che sia concesso al suddetto minore un diritto
di ingresso e di soggiorno al fine di consentirgli di vivere con il suo tutore
nello Stato membro ospitante di quest’ultimo.
SENTENZA DELLA CORTE (Grande Sezione)
26 marzo 2019
Nella causa C‑129/18,
avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale
proposta alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dalla Supreme Court
of the United Kingdom (Corte suprema del Regno Unito), con decisione del 14
febbraio 2018, pervenuta in cancelleria il 19 febbraio 2018, nel procedimento
SM
contro
Entry
Clearance Officer, UK
Visa Section,
con l’intervento di:
Coram Children’s Legal Centre (CCLC),
AIRE Centre,
LA CORTE
(Grande Sezione),
composta de K. Lenaerts, presidente, R. Silva
de Lapuerta, vicepresidente, A. Arabadjiev, A. Prechal,
M. Vilaras e K. Jürimäe (relatrice), presidenti di sezione,
A. Rosas, E. Juhász, M. Ilešič, D. Šváby,
C.G. Fernlund, N. Piçarra e L.S. Rossi, giudici,
avvocato generale: M. Campos Sánchez-Bordona
cancelliere: L. Hewlett, amministratrice principale
vista la fase scritta del procedimento e in seguito
all’udienza del 4 dicembre 2018,
considerate le osservazioni presentate:
– per SM,
da T. Muman e R. de Mello, barristers, nonché L. Tang, solicitor;
– per
Coram Children’s Legal Centre (CCLC), da M.S. Gill, QC, N. Acharya,
solicitor, e S. Freeman, advocate;
– per AIRE
Centre, da A. O’Neill, QC, D. Chirico e C. Robinson, barristers,
A. Lidbetter, M. Evans, L. Nassif, C. Hall, C. Iacono,
A. Thornton, M. Papadouli e A. Tidona, solicitors, L. Van
den Hende, advocaat, e N. Mole, SC;
– per il
governo del Regno Unito, da F. Shibli e R. Fadoju, in qualità di
agenti, assistiti da B. Kennelly, QC;
– per il
governo belga, da M. Jacobs e L. Van den Broeck, in qualità di
agenti, assistite da E. Derriks, avocate;
– per il
governo ceco, da M. Smolek e J. Vláčil, in qualità di agenti;
– per il
governo tedesco, da T. Henze e R. Kanitz, in qualità di agenti;
– per il
governo dei Paesi Bassi, da J.M. Hoogveld e M.K. Bulterman, in
qualità di agenti;
– per il
governo polacco, da B. Majczyna, in qualità di agente;
– per la Commissione europea,
da E. Montaguti e M. Wilderspin, in qualità di agenti,
sentite le conclusioni dell’avvocato generale,
presentate all’udienza del 26 febbraio 2019,
ha pronunciato la seguente
Sentenza
1 La
domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’articolo 2,
punto 2, lettera c), nonché degli articoli 27 e 35, della direttiva 2004/38/CE
del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativa al diritto
dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare
liberamente nel territorio degli Stati membri, che modifica il regolamento
(CEE) n. 1612/68 ed abroga le direttive 64/221/CEE, 68/360/CEE, 72/194/CEE,
73/148/CEE, 75/34/CEE, 75/35/CEE, 90/364/CEE, 90/365/CEE e 93/96/CEE (GU 2004,
L 158, pag. 77, e rettifica in GU 2004, L 229, pag. 35).
2 Tale
domanda è stata presentata nell’ambito di una controversia tra SM, cittadina
algerina, e l’Entry Clearance Officer, UK Visa Section (agente incaricato di
esaminare le domande di permesso di ingresso, sezione dei visti, Regno Unito)
(in prosieguo: l’«agente competente in materia di permessi d’ingresso»), in
merito al rifiuto di quest’ultimo di concedere a SM un permesso di ingresso nel
territorio del Regno Unito in qualità di figlia adottiva di un cittadino dello
Spazio economico europeo (SEE).
Contesto normativo
Diritto internazionale
La
Convenzione dell’Aia del 1993
3 La Convenzione sulla
protezione dei minori e sulla cooperazione in materia di adozione
internazionale, conclusa a L’Aia il 29 maggio 1993 (in prosieguo: la
«Convenzione dell’Aia del 1993»), è stata ratificata o è stata oggetto di
adesione da parte di tutti gli Stati membri dell’Unione europea.
4 Conformemente
al suo articolo 1, lettere a) e b), tale Convenzione ha, in particolare, lo
scopo di stabilire garanzie affinché le adozioni internazionali si facciano
nell’interesse superiore del minore e nel rispetto dei diritti fondamentali che
gli sono riconosciuti nel diritto internazionale, nonché di instaurare un
sistema di cooperazione tra gli Stati contraenti, al fine di assicurare il
rispetto di queste garanzie e prevenire la sottrazione, la vendita e la tratta
dei minori.
5 In
forza del suo articolo 2, paragrafo 2, detta convenzione «contempla solo le
adozioni che determinano un legame di filiazione».
La
Convenzione dell’Aia del 1996
6 La Convenzione sulla
competenza, la legge applicabile, il riconoscimento, l’esecuzione e la
cooperazione in materia di responsabilità genitoriale e di misure di protezione
dei minori, conclusa a L’Aia il 19 ottobre 1996 (in prosieguo: la «Convenzione
dell’Aia del 1996»), è stata ratificata o è stata oggetto di adesione da parte
di tutti gli Stati membri dell’Unione europea.
7 Tale
convenzione prevede norme destinate a rafforzare la protezione dei minori nelle
situazioni a carattere internazionale e ad evitare conflitti tra i sistemi
giuridici degli Stati firmatari in materia di competenza, legge applicabile,
riconoscimento ed esecuzione delle misure di protezione dei minori.
8 Ai
sensi dell’articolo 3, lettera e), di detta Convenzione, le misure di
protezione dei minori possono riguardare, in particolare, «il collocamento del
minore in una famiglia di accoglienza o in un istituto, o la sua assistenza
legale tramite kafala o istituto analogo».
9 L’articolo
4, lettera b), della medesima Convenzione esclude dall’ambito di quest’ultima
«la decisione sull’adozione e le misure che la preparano, nonché l’annullamento
e la revoca dell’adozione».
10 L’articolo
33 della convenzione dell’Aia del 1996 prevede la procedura da seguire, da un
lato, nello Stato di origine e nello Stato ospitante di un minore, ai fini del
collocamento internazionale di quest’ultimo, anche in caso di «assistenza
legale tramite kafala».
Diritto dell’Unione
11 I
considerando 5, 6 e 31 della direttiva 2004/38 sono così formulati:
«(5) Il
diritto di ciascun cittadino dell’Unione di circolare e soggiornare liberamente
nel territorio degli Stati membri presuppone, affinché possa essere esercitato
in oggettive condizioni di libertà e di dignità, la concessione di un analogo
diritto ai familiari, qualunque sia la loro cittadinanza. (...)
(6) Per
preservare l’unità della famiglia in senso più ampio senza discriminazione in
base alla nazionalità, la situazione delle persone che non rientrano nella
definizione di familiari ai sensi della presente direttiva, e che pertanto non
godono di un diritto automatico di ingresso e di soggiorno nello Stato membro
ospitante, dovrebbe essere esaminata dallo Stato membro ospitante sulla base
della propria legislazione nazionale, al fine di decidere se l’ingresso e il
soggiorno possano essere concessi a tali persone, tenendo conto della loro
relazione con il cittadino dell’Unione o di qualsiasi altra circostanza, quali
la dipendenza finanziaria o fisica dal cittadino dell’Unione.
(...)
(31) La
presente direttiva rispetta i diritti e le libertà fondamentali e osserva i
principi riconosciuti segnatamente dalla Carta dei diritti fondamentali
dell’Unione europea. (...)».
12 L’articolo
2 di tale direttiva, rubricato «Definizioni», al punto 2, lettera c), prevede
quanto segue:
«Ai fini della presente direttiva, si intende per:
(...)
2) “familiare”:
(...)
c) i
discendenti diretti di età inferiore a 21 anni o a carico e quelli del coniuge
o partner di cui alla lettera b)».
13 L’articolo
3 della stessa direttiva, intitolato «Aventi diritto», dispone quanto segue:
«1. La presente
direttiva si applica a qualsiasi cittadino dell’Unione che si rechi o soggiorni
in uno Stato membro diverso da quello di cui ha la cittadinanza, nonché ai suoi
familiari ai sensi dell’articolo 2, punto 2, che accompagnino o raggiungano il
cittadino medesimo.
2. Senza pregiudizio
del diritto personale di libera circolazione e di soggiorno dell’interessato lo
Stato membro ospitante, conformemente alla sua legislazione nazionale, agevola
l’ingresso e il soggiorno delle seguenti persone:
a) ogni altro
familiare, qualunque sia la sua cittadinanza, non definito all’articolo 2,
punto 2, se è a carico o convive, nel paese di provenienza, con il cittadino
dell’Unione titolare del diritto di soggiorno a titolo principale o se gravi
motivi di salute impongono che il cittadino dell’Unione lo assista
personalmente;
(...)
Lo Stato membro ospitante effettua un esame approfondito
della situazione personale e giustifica l’eventuale rifiuto del loro ingresso o
soggiorno».
14 L’articolo
7, paragrafo 2, della stessa direttiva così prevede:
«Il diritto di soggiorno di cui al paragrafo 1 è esteso
ai familiari non aventi la cittadinanza di uno Stato membro quando accompagnino
o raggiungano nello Stato membro ospitante il cittadino dell’Unione, purché
questi risponda alle condizioni di cui al paragrafo 1, lettere a), b) o c)».
15 L’articolo
27 della direttiva 2004/38 enuncia i principi generali relativi alle
limitazioni del diritto d’ingresso e di soggiorno per motivi di ordine
pubblico, di pubblica sicurezza o di sanità pubblica.
16 L’articolo
35 di tale direttiva, rubricato «Abuso di diritto», enuncia quanto segue:
«Gli Stati membri possono adottare le misure necessarie
per rifiutare, estinguere o revocare un diritto conferito dalla presente
direttiva, in caso di abuso di diritto o frode, quale ad esempio un matrimonio
fittizio. Qualsiasi misura di questo tipo è proporzionata ed è soggetta alle
garanzie procedurali previste agli articoli 30 e 31».
Diritto del Regno Unito
Le norme in materia di immigrazione
17 L’Immigration
(European Economic Area) Regulations 2006 [regolamento del 2006
sull’immigrazione (Spazio economico europeo)], nella versione applicabile alla
controversia principale (in prosieguo: il «regolamento del 2006»), ha trasposto
la direttiva 2004/38 nel diritto del Regno Unito.
18 L’articolo
7 del regolamento del 2006 è così formulato:
«(1) Fatto salvo il
paragrafo 2, ai fini del presente regolamento, sono considerati come familiari
di un’altra persona:
(...)
(b) i suoi
discendenti diretti o quelli del suo coniuge o del suo partner civile che:
(i) hanno meno
di ventuno anni; o
(ii) sono a
suo carico o a carico del suo coniuge o del suo partner civile (...)».
19 L’articolo
8 del regolamento del 2006 definisce i «membri della famiglia allargata» nel
modo seguente:
«(1) Ai sensi del
presente regolamento, si considera “membro della famiglia allargata” la persona
che non sia un familiare di un cittadino del SEE in base all’articolo 7,
paragrafo 1, lettere a), b) o c), e soddisfi le condizioni previste ai
paragrafi 2, 3, 4 o 5.
(2) Una persona
soddisfa la condizione prevista al presente paragrafo se è un parente di un
cittadino del SEE, del suo coniuge o del suo partner civile e
(a) risiede in
[uno Stato diverso dal Regno Unito] in cui risiede anche il cittadino del SEE
ed è a suo carico o convive con esso;
(b) soddisfa
la condizione prevista alla lettera a) e accompagna il cittadino del SEE nel
Regno Unito o intende raggiungerlo, o
(c) se
soddisfa la condizione prevista alla lettera a), ha raggiunto il cittadino del
SEE nel Regno Unito e continua ad essere a suo carico o a convivere con esso.
(...)
(6) Ai sensi del
presente regolamento, per “cittadino del SEE interessato” si intende, con
riferimento al membro di una famiglia allargata, il cittadino del SEE che
è – o il cui coniuge o partner civile è – parente del membro della
famiglia allargata ai sensi dei paragrafi 2, 3 e 4, o il cittadino del SEE che
è il partner del membro della famiglia allargata ai sensi del paragrafo 5».
20 Secondo
le informazioni fornite dal giudice del rinvio, in forza dell’articolo 12,
paragrafo 1, del regolamento del 2006, l’agente competente in materia di
permessi d’ingresso deve rilasciare un «permesso per familiare SEE» a un
«familiare», se sono soddisfatte talune condizioni. Ai sensi dell’articolo 12,
paragrafo 2, di tale agente può rilasciare detto documento ad un «membro della
famiglia allargata» se sono soddisfatte talune condizioni o, in ogni caso, se
ritenga opportuno rilasciare un titolo siffatto.
Le norme in materia di adozione
21 Ai
sensi dell’articolo 83 dello Adoption and Children Act 2002 (legge
sull’adozione e sui minori del 2002) costituisce una condotta penalmente
rilevante, a meno che sia stato rispettato l’Adoption with a Foreign Element
Regulations 2005 (regolamento del 2005 sull’adozione che presenta un elemento
straniero), fare entrare un minore nel Regno Unito allo scopo di darlo in
adozione in tale paese o farvi entrare un minore che sia stato adottato in un
altro paese. Tale regolamento esige, in particolare, che un’agenzia di adozione
del Regno Unito valuti la capacità di adottare degli adottanti. Tale esigenza
non si applica, tuttavia, alle adozioni rientranti nell’ambito della
Convenzione dell’Aia del 1993, implementata nel diritto del Regno Unito
dall’Adoption (Intercountry Aspects) Act 1999 [legge del 1999 sull’adozione
(aspetti internazionali)].
22 L’articolo
66, paragrafo 1, della legge sull’adozione e sui minori del 2002 redige
l’elenco delle adozioni riconosciute dal diritto dell’Inghilterra e del Galles
come conferenti al minore la qualità di figlio adottivo. La kafala
(assistenza legale) non compare in tale elenco.
Procedimento principale e questioni pregiudiziali
23 Il
sig. e la sig.ra M. sono due cittadini francesi che si sono sposati
nel Regno Unito nel 2001. Nel corso del 2009 essi si sono recati in Algeria,
affinché, nell’ambito del regime algerino della kafala, fosse valutata
la loro capacità di divenire tutori di un minore. A seguito di tale
valutazione, essi sono stati considerati «idonei» ad accogliere un minore
secondo tale regime.
24 SM,
nata in Algeria il 27 giugno 2010, è stata abbandonata alla nascita dai suoi
genitori biologici.
25 I
coniugi M. hanno chiesto di diventare tutori di SM conformemente al regime
algerino della kafala.
26 A
seguito di tale richiesta si è aperto un periodo di attesa di tre mesi, nel
corso del quale i genitori biologici di SM potevano tornare sulla loro
decisione di abbandonarla, cosa che non hanno fatto.
27 Con
atto del presidente del Tribunale di Boufarik (Algeria), del 22 marzo 2011, SM
è stata posta sotto la tutela dei coniugi M., ai quali è stato delegato l’esercizio
dell’autorità genitoriale ai sensi del diritto algerino. Ai sensi di tale atto
i coniugi si sono impegnati «[a] impartire alla minore (...) un’educazione
secondo i precetti della religione islamica, [a] mantenerla sana fisicamente e
moralmente, provvedendo alle sue necessità, [a] occuparsi della sua istruzione,
[a] trattarla come se fossero i genitori naturali, [a] proteggerla, [a]
rappresentarla dinanzi alle autorità giudiziarie e [a] assumere la
responsabilità civile per atti pregiudizievoli». Tale atto autorizza i coniugi
M. ad ottenere assegni familiari, sussidi e indennità, a firmare ogni documento
amministrativo e di viaggio nonché a viaggiare con SM fuori dall’Algeria.
28 Con
decisione del Tribunale di Tizi Ouzou (Algeria) del 3 maggio 2011 il cognome di
[SM], quale risultante dal suo atto di nascita, è stato modificato per
sostituirlo con il cognome dei coniugi M.
29 Nel
mese di ottobre 2011, il sig. M. è tornato nel Regno Unito, dove gode di
un diritto di soggiorno permanente, per motivi professionali. La sig.ra M
è rimasta invece in Algeria con SM.
30 Nel
maggio 2012 SM ha presentato una domanda di permesso di ingresso nel Regno
Unito in quanto figlia adottiva di un cittadino del SEE. La sua domanda è stata
respinta dall’agente competente in materia di permessi di ingresso poiché la
tutela secondo il regime della kafala algerina non era riconosciuta come
adozione ai sensi del diritto del Regno Unito e non era stata presentata alcuna
domanda di adozione internazionale.
31 SM
ha contestato tale decisione dinanzi al First-tier Tribunal (Immigration and
Asylum Chamber) [tribunale di primo grado (sezione immigrazione e asilo), Regno
Unito]. Tale ricorso è stato respinto con decisione del 7 ottobre 2013. Secondo
tale giudice, SM non soddisfaceva le condizioni per essere considerata come un
figlio adottivo ai sensi della normativa del Regno Unito in materia di
immigrazione o come familiare, membro della famiglia allargata o un figlio
adottivo di un cittadino del SEE, ai sensi del regolamento del 2006.
32 Peraltro,
detto giudice ha ritenuto che i coniugi M. avessero compiuto passi in Algeria
per ottenere l’affidamento di un minore secondo il regime della kafala,
dopo aver appreso che era più facile ottenere l’affidamento di un minore in
tale paese che nel Regno Unito. Lo stesso giudice ha altresì rilevato che il
processo di valutazione della loro capacità di diventare tutori, in esito al
quale sono stati considerati «idonei» ad accogliere un minore secondo il regime
della kafala algerina, era «limitato».
33 SM
ha impugnato tale decisione dinanzi all’Upper Tribunal (Immigration and Asylum
Chamber) [tribunale superiore (sezione immigrazione e asilo), Regno Unito]. Con
sentenza del 14 maggio 2014 quest’ultimo ha accolto la domanda, ritenendo che,
pur se non poteva essere considerata come «familiare» di un cittadino
dell’Unione, ai sensi dell’articolo 7 del regolamento del 2006, essa fosse, per
contro, un «membro della famiglia allargata» di siffatto cittadino, ai sensi
dell’articolo 8 di tale regolamento.
34 L’agente
competente in materia di permessi d’ingresso ha interposto appello avverso tale
sentenza dinanzi alla Court of Appeal (England & Wales) (Civil Division)
[Corte d’appello (Inghilterra e Galles) (divisione civile), Regno Unito]. Con
sentenza del 4 novembre 2015 quest’ultima ha accolto l’appello ritenendo, in
particolare, che SM non fosse un «discendente diretto» di un cittadino
dell’Unione, ai sensi dell’articolo 2, punto 2, lettera c), della direttiva
2004/38, in quanto non era stata adottata secondo una fattispecie riconosciuta
dal diritto del Regno Unito. Detto giudice ha, inoltre, ritenuto che SM non
potesse rientrare neppure nell’ambito di applicazione dell’articolo 3,
paragrafo 2, primo comma, lettera a), di tale direttiva in quanto «altro
familiare» di un cittadino dell’Unione.
35 SM
è stata autorizzata a adire il giudice del rinvio, la Supreme Court of the
United Kingdom (Corte suprema del Regno Unito).
36 Secondo
il giudice del rinvio SM deve essere, quanto meno, considerata come «altro
familiare» di un cittadino dell’Unione, ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 2,
primo comma, lettera a), della direttiva 2004/38. In effetti, tale nozione
sarebbe sufficientemente ampia da ricomprendere un minore nei confronti del
quale, in base alla legislazione del paese d’origine di quest’ultimo, un
cittadino dell’Unione sia titolare dell’autorità genitoriale, pur non
sussistendo alcun legame né biologico né di adozione tra il minore e tale
cittadino. SM sarebbe a carico del nucleo familiare composto dai coniugi M., di
cui essa farebbe parte, e questo in Algeria.
37 Tuttavia,
tale giudice è del parere che l’articolo 3, paragrafo 2, primo comma, lettera
a), di tale direttiva trovi applicazione unicamente nel caso in cui SM non
disponga di un diritto di ingresso nel Regno Unito in qualità di «discendente
diretto» di un cittadino dell’Unione, ai sensi dell’articolo 2, punto 2,
lettera c), della suddetta direttiva.
38 A
tal riguardo, il giudice del rinvio si chiede se un minore posto sotto un
regime di tutela, come quello della kafala algerina, rientri nella
nozione di «discendente diretto», ai sensi dell’articolo 2, punto 2, lettera
c), della direttiva 2004/38.
39 Secondo
il giudice del rinvio, una risposta affermativa a tale questione potrebbe
ricavarsi dal punto 2.1.2 della Comunicazione della Commissione al Parlamento
europeo e al Consiglio, concernente gli orientamenti per un migliore
recepimento e una migliore applicazione della direttiva 2004/38/CE [COM (2009)
313 final], che includerebbe nella nozione di «discendente diretto» i «minori
sottoposti a tutela/tutori permanenti».
40 Una
risposta in tal senso potrebbe altresì basarsi sul fatto che, mancando
qualsiasi riferimento, nell’articolo 2, punto 2, lettera c), della direttiva
2004/38, alle legislazioni degli Stati membri, la nozione di «discendente
diretto» dovrebbe essere oggetto di interpretazione autonoma, uniforme e
conforme agli obiettivi di tale direttiva. Orbene, la libera circolazione dei cittadini
dell’Unione potrebbe risultare ostacolata se gli Stati membri fossero liberi di
riconoscere come discendenti diretti i minori soggetti al regime della kafala
algerina.
41 Ciò
premesso, il giudice del rinvio osserva altresì che un’interpretazione autonoma
di tale nozione non deve necessariamente essere ampia e che un’interpretazione
secondo la quale un minore posto sotto il regime della kafala algerina
fosse considerato un «discendente diretto» potrebbe comportare che i minori
siano collocati in nuclei familiare che, secondo la legislazione dello Stato
membro ospitante, non sarebbero considerati idonei ad accogliere minori.
Un’interpretazione del genere potrebbe altresì generare un rischio di
sfruttamento, abuso e tratta di minori che la convenzione dell’Aia del 1993
mirerebbe a impedire e a scoraggiare.
42 Il
giudice del rinvio si chiede pertanto se, in applicazione degli articoli 27 e
35 della direttiva 2004/38, possa essere limitato il diritto di ingresso, nel
territorio dello Stato membro ospitante del cittadino dell’Unione, di un minore
posto sotto il regime della kafala algerina, qualora questi sia vittima
di un sfruttamento, abusi o tratta o qualora sussista il rischio che possa
esserne vittima. Inoltre, esso si chiede se, ai fini dell’applicazione
dell’articolo 2, punto 2, lettera c), di tale direttiva, uno Stato membro possa
verificare che si sia tenuto conto dell’interesse superiore del minore al
momento in cui questi è stato messo sotto tutela.
43 In
tale contesto la Supreme
Court of the United Kingdom (Corte suprema del Regno Unito)
ha deciso di sospendere il giudizio e di sottoporre alla Corte le seguenti
questioni pregiudiziali:
«1) Se un
minore che si trova sotto la tutela legale permanente di uno o più cittadini
dell’Unione in virtù della kafala o di altro istituto giuridico
equivalente previsto dalla legge del suo paese d’origine rientri nella
definizione di “discendente diretto” di cui all’articolo 2, punto 2, lettera
c), della direttiva 2004/38.
2) Se altre
disposizioni della direttiva, e in particolare, gli articoli 27 e 35, possano
essere interpretate in modo tale che sia rifiutato l’ingresso a tali minori
qualora siano vittime di sfruttamento, abuso, o di tratta di esseri umani o
laddove siano esposti a tali rischi.
3) Se, prima
di considerare quale discendente diretto, ai sensi dell’articolo 2, punto 2,
lettera c), un minore che non è discendente consanguineo di un cittadino
[dell’Unione], uno Stato membro possa verificare se la procedura, ai sensi
della quale il minore è stato posto sotto la tutela o la custodia del cittadino
del[l’Unione], fosse tale da tenere sufficientemente in considerazione
l’interesse superiore del minore in questione».
Questioni pregiudiziali
Sulla prima questione
44 Con
la sua prima questione, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se la
nozione di «discendente diretto» di un cittadino dell’Unione che compare
all’articolo 2, punto 2, lettera c), della direttiva 2004/38 debba essere
interpretata nel senso che essa include un minore posto sotto tutela legale
permanente di un cittadino o di cittadini dell’Unione a titolo della kafala
algerina.
45 In
via preliminare, dagli elementi del fascicolo messo a disposizione della Corte
risulta che, come rilevato dall’avvocato generale ai paragrafi da 36 a 38 delle
sue conclusioni, la kafala costituisce, in forza del diritto algerino,
l’impegno assunto da un adulto, da un lato, di farsi carico del mantenimento,
dell’educazione e della protezione di un minore, allo stesso modo di come lo
farebbe un genitore per il proprio figlio e, dall’altro, di esercitare la
tutela legale su tale minore. A differenza di un’adozione, vietata dal diritto
algerino, il fatto che un minore sia posto sotto kafala non conferisce a
quest’ultimo lo status di erede del tutore. Peraltro, la kafala cessa al
momento in cui il minore raggiunge la maggiore età ed essa è revocabile su
richiesta dei genitori biologici o del tutore.
46 Tutti
i governi che hanno presentato osservazioni scritte sottolineano che la nozione
di «discendente diretto», ai sensi dell’articolo 2, punto 2, lettera c), della
direttiva 2004/38, richiede l’esistenza di un legame di filiazione, sia essa
biologica o adottiva, tra il minore e il cittadino dell’Unione. Secondo tali
governi, la suddetta nozione non può pertanto ricomprendere un minore soggetto
al regime della kafala algerina, giacché tale regime di tutela non crea
un legame del genere tra il minore e il suo tutore.
47 Per
contro, SM, Coram Children’s Legal Centre (CCLC), AIRE Centre e la Commissione europea
ritengono che la nozione di «discendente diretto» possa ricomprendere un minore
nei confronti del quale un cittadino dell’Unione eserciti una tutela legale
permanente, quale la kafala algerina. Tale interpretazione si imporrebbe,
in sostanza, per preservare, nell’interesse superiore di tale minore, la vita
familiare che quest’ultimo conduce con il suo tutore.
48 A
tal proposito, occorre ricordare che a norma del suo articolo 3, paragrafo 1,
la direttiva 2004/38 si applica a qualsiasi cittadino dell’Unione che si rechi
o soggiorni in uno Stato membro diverso da quello di cui ha la cittadinanza,
nonché ai suoi familiari ai sensi dell’articolo 2, punto 2, di tale direttiva,
che accompagnino o raggiungano il cittadino medesimo.
49 Tra
i familiari di un cittadino dell’Unione rientrano, in particolare, in
conformità dell’articolo 2, punto 2, lettera c), della direttiva 2004/38, i
«discendenti diretti», che hanno meno di 21 anni o che sono a carico.
50 Tale
disposizione non contiene alcun rinvio esplicito ai diritti degli Stati membri
per determinare il senso e la portata della nozione di «discendente diretto».
Pertanto, dalle esigenze tanto dell’applicazione uniforme del diritto
dell’Unione quanto del principio di uguaglianza discende che i termini di detta
disposizione devono normalmente dar luogo, in tutta l’Unione, ad
un’interpretazione autonoma e uniforme (v., in tal senso, sentenza del 21
dicembre 2011, Ziolkowski et Szeja, C‑424/10 e C‑425/10, EU:C:2011:866, punto
32).
51 Inoltre,
la direttiva 2004/38 non contiene alcuna definizione della nozione di
«discendente diretto», ai sensi del suo articolo 2, punto 2, lettera c).
Pertanto, secondo una costante giurisprudenza della Corte, si deve tener conto,
ai fini dell’interpretazione di una norma del diritto dell’Unione, non soltanto
della lettera della stessa, ma anche del suo contesto e degli scopi perseguiti
dalla normativa di cui essa fa parte (sentenza del 7 ottobre 2010, Lassal, C‑162/09,
EU:C:2010:592, punto 49).
52 A
tal riguardo, occorre rilevare che la nozione di «discendente diretto» rinvia
di solito all’esistenza di un legame di filiazione, in linea diretta, che
unisce la persona interessata ad un’altra persona. In assenza di qualsiasi
legame di filiazione tra il cittadino dell’Unione e il minore interessato,
quest’ultimo non può essere qualificato come «discendente diretto» del primo,
ai sensi della direttiva 2004/38.
53 Pur
se tale nozione riguarda primariamente l’esistenza di un legame di filiazione
biologica, occorre nondimeno ricordare che, conformemente ad una giurisprudenza
costante, la direttiva 2004/38 mira a facilitare l’esercizio del diritto
fondamentale e individuale di circolare e di soggiornare liberamente nel
territorio degli Stati membri, conferito direttamente ai cittadini dell’Unione
dall’articolo 21, paragrafo 1, TFUE ed essa ha segnatamente l’obiettivo di
rafforzare il suddetto diritto (sentenze del 12 marzo 2014, O. e B., C‑456/12,
C‑258/12, EU:C:2014:135, punto 35, e del 5 giugno 2018, Coman e a., C‑673/16,
EU:C:2018:385, punto 18). Alla luce di tali obiettivi, le disposizioni della
direttiva 2004/38, ivi compreso il suo articolo 2, punto 2, devono essere
interpretate estensivamente (v., in tal senso, sentenze del 16 gennaio 2014,
Reyes, C‑423/12, EU:C:2014:16, punto 23, e del 10 luglio 2014, Ogieriakhi, C‑244/13,
EU:C:2014:2068, punto 40).
54 Pertanto,
si deve ritenere che la nozione di «legame di filiazione», di cui al punto 52
della presente sentenza, debba essere intesa in senso ampio, cosicché essa
ricomprenda qualsiasi legame di filiazione, sia esso di natura biologica o
giuridica. Ne consegue che la nozione di «discendente diretto» di un cittadino
dell’Unione, ai sensi dell’articolo 2, punto 2, lettera c), della direttiva
2004/38, deve essere intesa nel senso che essa ricomprende tanto il figlio
biologico quanto il figlio adottivo di tale cittadino, allorché è dimostrato
che l’adozione crea un legame di filiazione giuridica tra il minore e il
cittadino dell’Unione interessati.
55 Per
contro, la stessa esigenza di interpretazione estensiva non può giustificare
un’interpretazione, come quella risultante dal punto 2.1.2 della comunicazione
COM (2009) 313 final, in base alla quale rientrerebbe nella nozione di «discendente
diretto», ai sensi dell’articolo 2, punto 2, lettera c), della direttiva
2004/38 un minore sottoposto a tutela legale di un cittadino dell’Unione.
56 Poiché
il fatto che un minore sia posto sotto il regime della kafala algerina
non crea un legame di filiazione tra il minore e il suo tutore, non può essere
considerato un «discendente diretto» di un cittadino dell’Unione, ai sensi
dell’articolo 2, punto 2, lettera c), della direttiva 2004/38, un minore, come
SM, posto sotto la tutela legale di cittadini dell’Unione ai sensi di tale
regime.
57 Stando
così le cose, un minore siffatto rientra, come ha sottolineato il giudice del
rinvio, nella nozione di «altro familiare» di cui all’articolo 3, paragrafo 2,
lettera a), della direttiva 2004/38.
58 Ai
sensi di tale disposizione, gli Stati membri, conformemente alla loro
legislazione nazionale, agevolano l’ingresso e il soggiorno di «ogni altro
familiare, (...), se è a carico o convive, nel paese di provenienza, con il cittadino
dell’Unione titolare del diritto di soggiorno a titolo principale».
59 I
termini utilizzati nella suddetta disposizione sono quindi idonei a
ricomprendere la situazione di un minore che è stato posto, presso cittadini
dell’Unione, sotto un regime di tutela legale quale la kafala algerina e
del quale tali cittadini si sobbarcano il mantenimento, l’istruzione e la
protezione, in forza di un impegno assunto sulla base del diritto del paese
d’origine del minore.
60 L’obiettivo
dell’articolo 3, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2004/38, consiste,
come risulta dal considerando 6 della medesima, nel «preservare l’unità della
famiglia in senso più ampio», agevolando l’ingresso e il soggiorno delle
persone non rientranti nella definizione di «familiare» di un cittadino
dell’Unione contenuta all’articolo 2, punto 2, della suddetta direttiva, ma che
tuttavia presentano vincoli familiari stretti e stabili con un cittadino
dell’Unione in ragione di circostanze di fatto specifiche, quali una dipendenza
economica, un’appartenenza al nucleo familiare o gravi motivi di salute
(sentenza del 5 settembre 2012, Rahman e a., C‑83/11, EU:C:2012:519, punto
32).
61 Secondo
la giurisprudenza della Corte, l’articolo 3, paragrafo 2, della direttiva
2004/38 impone agli Stati membri l’obbligo di concedere un certo vantaggio alle
domande presentate dai cittadini di Stati terzi indicati da tale disposizione
rispetto alle domande di ingresso e di soggiorno di altri cittadini di Stati
terzi (v., in tal senso, sentenze del 5 settembre 2012, Rahman e a., C‑83/11,
EU:C:2012:519, punto 21, e del 12 luglio 2018, Banger, C‑89/17, EU:C:2018:570,
punto 31).
62 Conformemente
a tale disposizione, gli Stati membri devono, quindi, prevedere la possibilità,
per le persone a cui si riferisce la stessa disposizione, di ottenere una
decisione sulla loro domanda che sia fondata su un esame approfondito della
loro situazione personale, che tenga conto dei diversi fattori pertinenti e
che, in caso di rifiuto, sia motivata (v., in tal senso, sentenze del 5
settembre 2012, Rahman e a., C‑83/11, EU:C:2012:519, punti 22 e 23, e del
12 luglio 2018, Banger, C‑89/17, EU:C:2018:570, punti 38 e 39).
63 È
ben vero che ciascuno Stato membro dispone di un ampio potere discrezionale
quanto alla scelta degli elementi da prendere in considerazione, purché la loro
legislazione preveda criteri che siano conformi al significato abituale del
termine «agevola», contenuto nell’articolo 3, paragrafo 2, della direttiva
2004/38, e che non privino tale disposizione del suo effetto utile (v., in tal
senso, sentenze del 5 settembre 2012, Rahman e a., C‑83/11, EU:C:2012:519,
punto 24, e del 12 luglio 2018, Banger, C‑89/17, EU:C:2018:570, punto 40).
64 Tale
margine di discrezionalità, alla luce del considerando 31 della direttiva
2004/38, deve essere, tuttavia, esercitato alla luce e nel rispetto delle
disposizioni della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (in
prosieguo: la «Carta») (v., per analogia, sentenza del 6 dicembre 2012, O
e a., C‑356/11 e C‑357/11, EU:C:2012:776, punti 79 e 80 nonché
giurisprudenza ivi citata).
65 A
tal riguardo, l’articolo 7 della Carta riconosce il diritto al rispetto della
vita privata e familiare. Infatti, come risulta dalle spiegazioni relative alla
Carta dei diritti fondamentali (GU 2007, C 303, pag. 17),
conformemente all’articolo 52, paragrafo 3, della Carta, i diritti garantiti
dall’articolo 7 della stessa hanno lo stesso significato e la stessa portata di
quelli garantiti dall’articolo 8 della Convenzione europea per la salvaguardia
dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4
novembre 1950 (v., in tal senso, sentenze del 5 ottobre 2010, McB., C‑400/10 PPU,
EU:C:2010:582, punto 53, e del 5 giugno 2018, Coman e a., C‑673/16,
EU:C:2018:385, punto 49).
66 Orbene,
dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo emerge che le
relazioni effettive che un minore in regime di kafala intrattiene con il
suo tutore possono rientrare nella nozione di vita familiare, considerato il
tempo trascorso insieme, la qualità delle relazioni e il ruolo assunto
dall’adulto nei confronti del minore (v., in tal senso, Corte EDU, 16 dicembre
2014, Chbihi Loudoudi e a. c. Belgio, CE:ECHR:2014:1216JUD 005226510,
§ 78). Secondo tale giurisprudenza, l’articolo 8 della Convenzione europea
per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali mette
l’individuo al riparo dalle ingerenze arbitrarie dei pubblici poteri e impone a
questi ultimi, allorché sia accertata l’esistenza di un vincolo familiare, di
consentire a tale vincolo di svilupparsi e di accordare una tutela giuridica
che renda possibile l’integrazione del minore nella sua famiglia (v., in tal
senso, Corte EDU, 4 ottobre 2012, Harroudj c. Francia, CE:ECHR:2012:1004JUD
004363109, § 40 e 41, nonché Corte EDU, 16 dicembre 2014, Chbihi Loudoudi
e a. c. Belgio, CE:ECHR:2014:1216JUD 005226510, § 88 e 89).
67 L’articolo
7 della Carta deve essere, peraltro, letto congiuntamente all’obbligo di
prendere in considerazione l’interesse superiore del minore, riconosciuto
all’articolo 24, paragrafo 2, di quest’ultima (v., in tal senso, sentenze del
27 giugno 2006, Parlamento/Consiglio, C‑540/03, EU:C:2006:429, punto 58; del 23
dicembre 2009, Detiček, C‑403/09 PPU, EU:C:2009:810, punto 54, nonché del
10 maggio 2017, Chavez-Vilchez e a., C‑133/15, EU:C:2017:354, punto 70).
68 Per
rispettare tali disposizioni nell’esercizio del loro potere discrezionale,
incombe quindi alle autorità nazionali competenti, in sede di attuazione
dell’obbligo di agevolare l’ingresso e il soggiorno degli altri familiari,
previsto dall’articolo 3, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2004/38, di
procedere a una valutazione equilibrata e ragionevole di tutte le circostanze
attuali e pertinenti del caso di specie, tenendo conto di tutti gli interessi
presenti e, in particolare, dell’interesse superiore del minore interessato
(v., in tal senso, sentenze del 6 dicembre 2012, O e a., C‑356/11 et C‑357/11,
EU:C:2012:776, punto 81; del 13 settembre 2016, Rendón Marín, C‑165/14,
EU:C:2016:675, punto 85, nonché del 13 settembre 2016, CS, C‑304/14,
EU:C:2016:674, punto 41).
69 Tale
valutazione deve prendere in considerazione, in particolare, l’età in cui il
minore è stato sottoposto al regime della kafala algerina, l’esistenza
di una vita comune che il minore conduce con i suoi tutori a partire dalla sua
sottoposizione a tale regime, il grado delle relazioni affettive che si sono
instaurate tra il minore e i suoi tutori, nonché il livello di dipendenza del
minore nei confronti dei suoi tutori, per il fatto che questi ultimi assumono
la potestà genitoriale e l’onere legale e finanziario del minore.
70 Nell’ambito
di tale valutazione, si deve altresì tener conto degli eventuali rischi,
concreti e individualizzati che il minore interessato sia vittima di un abuso,
di sfruttamento o di tratta dei minori. Siffatti rischi non possono, tuttavia,
essere presunti in considerazione del fatto che la procedura di assoggettamento
al regime della kafala algerina è basata su una valutazione
dell’idoneità dell’adulto e dell’interesse del minore che sarebbe meno
approfondita del procedimento condotto, nello Stato membro ospitante, ai fini
dell’adozione o della collocazione di un minore in un nucleo familiare o del
fatto che la procedura prevista dalla Convenzione dell’Aia del 1996 non è stata
applicata per mancanza della ratifica di tale Convenzione da parte dello Stato
terzo interessato. Circostanze del genere devono, al contrario, essere
bilanciate con gli altri elementi di fatto pertinenti, come quelli esposti al
punto precedente.
71 Nell’ipotesi
in cui, in esito alla valutazione degli elementi menzionati ai punti 69 e 70
della presente sentenza, fosse stabilito che il minore sottoposto al regime
della kafala algerina e i suoi tutori, cittadini dell’Unione, sono
destinati a condurre una vita familiare effettiva e che tale minore dipende dai
suoi tutori, i requisiti connessi al diritto fondamentale al rispetto della
vita familiare, considerati congiuntamente all’obbligo di tenere conto
dell’interesse superiore del minore, esigono, in linea di principio, che sia
concesso un diritto di ingresso e di soggiorno a detto minore in quanto altro
familiare di cittadini dell’Unione, ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 2,
lettera a), della direttiva 2004/38, letto alla luce dell’articolo 7 e
dell’articolo 24, paragrafo 2, della Carta, al fine di consentire al minore di
vivere con i suoi tutori nello Stato membro ospitante di questi ultimi.
72 Una
conclusione siffatta si impone a maggior ragione nel caso in cui, a causa del
rifiuto di accordare al minore sottoposto al regime della kafala
algerina il diritto di ingresso e di soggiorno nello Stato membro ospitante dei
suoi tutori, che sono cittadini dell’Unione, viene, di fatto, impedito a questi
ultimi di condurre una vita comune in tale Stato membro, giacché uno di essi si
vede costretto a rimanere, con il minore, nello Stato terzo di origine di
quest’ultimo per occuparsene.
73 Alla
luce di tutte le considerazioni che precedono, si deve risolvere la prima
questione nel modo seguente:
– la
nozione di «discendente diretto» di un cittadino dell’Unione contenuta
all’articolo 2, punto 2, lettera c), della direttiva 2004/38, deve essere
interpretata nel senso che essa non ricomprende un minore posto sotto la tutela
legale permanente di un cittadino dell’Unione a titolo della kafala
algerina, in quanto tale sottoposizione non crea alcun legame di filiazione tra
loro;
– è
tuttavia compito delle autorità nazionali competenti agevolare l’ingresso e il
soggiorno di un minore siffatto in quanto altro familiare di un cittadino
dell’Unione, conformemente all’articolo 3, paragrafo 2, lettera a), di tale
direttiva, letto alla luce dell’articolo 7 e dell’articolo 24, paragrafo 2,
della Carta, procedendo ad una valutazione equilibrata e ragionevole di tutte
le circostanze attuali e pertinenti del caso di specie, che tenga conto dei
diversi interessi presenti e, in particolare, dell’interesse superiore del
minore in questione. Nell’ipotesi in cui, in esito a tale valutazione, fosse
stabilito che il minore e il suo tutore, cittadino dell’Unione, sono destinati
a condurre una vita familiare effettiva e che tale minore dipende dal suo
tutore, i requisiti connessi al diritto fondamentale al rispetto della vita
familiare, considerati congiuntamente all’obbligo di tener conto dell’interesse
superiore del minore, esigono, in linea di principio, che sia concesso al
suddetto minore un diritto di ingresso e di soggiorno al fine di consentirgli
di vivere con il suo tutore nello Stato membro ospitante di quest’ultimo.
Sulla seconda questione
74 Con
la sua seconda questione, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se gli
articoli 27 e 35 della direttiva 2004/38 debbano essere interpretati nel senso
che, in caso di rischio che un minore sottoposto al regime della kafala
algerina possa essere oggetto di abusi, di sfruttamento o di tratta dei minori,
può essere negato il suo diritto di ingresso o di soggiorno in qualità di
familiare di un cittadino dell’Unione nello Stato membro ospitante di
quest’ultimo.
75 Dalla
domanda di pronuncia pregiudiziale nella presente causa risulta che tale
questione viene posta nell’ipotesi in cui un minore posto sotto la tutela
legale di un cittadino dell’Unione a titolo della kafala algerina, quale
SM, rientri nella nozione di «discendente diretto» di tale cittadino, ai sensi
dell’articolo 2, punto 2, lettera c), della direttiva 2004/38, circostanza che
gli conferisce, in linea di principio, un diritto di ingresso e di soggiorno
automatico nello Stato membro ospitante di tale cittadino, conformemente
all’articolo 7, paragrafo 2, di tale direttiva. Orbene, dalla risposta alla
prima questione risulta che un minore del genere non può rientrare in tale
nozione.
76 Ciò
considerato, non occorre rispondere alla seconda questione sottoposta dal
giudice del rinvio.
Sulla terza questione
77 Tenuto
conto della risposta fornita alla prima questione, non è necessario rispondere
alla terza questione.
Sulle spese
78 Nei
confronti delle parti nel procedimento principale la presente causa costituisce
un incidente sollevato dinanzi al giudice nazionale, cui spetta quindi statuire
sulle spese. Le spese sostenute da altri soggetti per presentare osservazioni
alla Corte non possono dar luogo a rifusione.
Per questi motivi, la Corte (Grande Sezione)
dichiara:
La nozione di «discendente diretto» di un
cittadino dell’Unione contenuta all’articolo 2, punto 2, lettera c), della
direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile
2004, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di
circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, che
modifica il regolamento (CEE) n. 1612/68 ed abroga le direttive
64/221/CEE, 68/360/CEE, 72/194/CEE, 73/148/CEE, 75/34/CEE, 75/35/CEE,
90/364/CEE, 90/365/CEE e 93/96/CEE, deve essere interpretata nel senso che essa
non ricomprende un minore posto sotto la tutela legale permanente di un
cittadino dell’Unione a titolo della kafala algerina, in quanto
tale sottoposizione non crea alcun legame di filiazione tra di loro.
È tuttavia compito delle autorità nazionali
competenti agevolare l’ingresso e il soggiorno di un minore siffatto in quanto
altro familiare di un cittadino dell’Unione, conformemente all’articolo 3,
paragrafo 2, lettera a), di tale direttiva, letto alla luce dell’articolo 7 e
dell’articolo 24, paragrafo 2, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione
europea, procedendo ad una valutazione equilibrata e ragionevole di tutte le
circostanze attuali e pertinenti del caso di specie, che tenga conto dei
diversi interessi presenti e, in particolare, dell’interesse superiore del
minore in questione. Nell’ipotesi in cui, in esito a tale valutazione, fosse
stabilito che il minore e il suo tutore, cittadino dell’Unione, sono destinati
a condurre una vita familiare effettiva e che tale minore dipende dal suo
tutore, i requisiti connessi al diritto fondamentale al rispetto della vita
familiare, considerati congiuntamente all’obbligo di tener conto dell’interesse
superiore del minore, esigono, in linea di principio, che sia concesso al
suddetto minore un diritto di ingresso e di soggiorno al fine di consentirgli
di vivere con il suo tutore nello Stato membro ospitante di quest’ultimo.
Dal sito http://curia.europa.eu
Nessun commento:
Posta un commento